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Muzzo Antonio - Gruppo Alpini di Spilimbergo "Ten. Vittorio Zatti" - Sezione ANA Pordenone

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Antonio MUZZO

Classe 1921, deceduto nel 1999, era imbarcato sulla nave "Galilea", di rientro dalla campagna di Grecia, quando il bastimento fu silurato da un sommergibile inglese. Antonio fu uno dei fortunati che sopravvissero all'affondamento e visse portando sempre con sè il ricordo di quel tragico avvenimento.

 
Renato Camilotti

 
Naufragio Galilea

 
La corrispondenza fra la signora Caterina Delfino
e l’alpino spilimberghese Antonio Muzzo

 

 
Recentemente la signora Caterina Delfino è venuta in Friuli per partecipare alle cerimonie di commemorazione del naufragio della motonave Galilea. La signora è la figlia del capitano di fregata Gerolamo Delfino, comandante del cacciatorpediniere Antonio Mosto, che si prodigò nel salvataggio dei naufraghi del Galilea.  
Anni addietro, la signora aveva cercato di mettersi in contatto con i superstiti perché potessero farle pervenire le loro testimonianze sull’accaduto e sul comportamento del padre nella tragica occasione. Tra gli altri, interpellò, per mezzo lettera, anche l’alpino spilimberghese Antonio Muzzo, il quale rispose con un resoconto sulla sua esperienza personale in qual frangente.  
La famiglia di Antonio Muzzo, deceduto nel 1999, ha conservato la corrispondenza intercorsa fra i due, e gentilmente la mette a disposizione perchè possa essere portata a conoscenza degli altri alpini e dei loro famigliari.  
Il testo della lettera della signora Delfino, spedita da Varazze (Savona) il 16 luglio 1996, è il seguente.

 
Egregio Signore,
sono Caterina Delfino, figlia del Capitano di Fregata Gerolamo Delfino che nella notte del 28 Marzo 1942 al comando del cacciatorpediniere “Antonio Mosto” prestò soccorso agli alpini del Batt. Gemona naufragati per l’affondamento della nave “Galilea”.
Quella tragica notte, mio padre fu costretto a scegliere tra il suo dovere di militare che gli imponeva di proseguire nella scorta del convoglio e la sua coscienza di uomo che gli dettava la solidarietà nei confronti di tanti giovani naufraghi molti dei quali feriti e inesperti nel nuoto che urlanti si dibattevano nelle acque dello Jonio in tempesta.
Questa sua decisione comportò il deferimento di mio padre al tribunale di guerra, ma i giudici compresero e il Capitano di Fregata Gerolamo Delfino venne insignito di medaglia di bronzo al V.M. e nel dopoguerra gli valsero le nomine di “Alpino d’onore” e di cittadino onorario del Comune di Gemona.
In questi giorni, a dieci anni dalla sua morte, mi sono pervenuti i nomi dei superstiti di quell’evento doloroso e a questi superstiti mi rivolgo perché, se non arreco loro troppo disturbo vogliamo in poche righe, informarli delle fasi del loro salvataggio.
Le loro risposte, oltre che una pagina della nostra storia, saranno per me un caro ricordo che mi farà rivivere ancora magici momenti accanto a un padre che tanto adoravo.
Grazie della sua collaborazione e cari saluti.

 
Ecco la risposta di Antonio Muzzo, spedita il 15 agosto 1996.

 
Gent.ma signora Caterina
Ho ricevuto e letto con grande commozione la sua lettera. Essa mi ha fatto tornare alla mente l’avventura occorsami la notte del naufragio, la fortunata conclusione per me e per i pochi altri e la morte che ha colpito la maggioranza dei miei commilitoni.
È sicuramente il fatto che ha segnato in modo più profondo la mia vita.
Appartenevo al Battaglione alpini Gemona, inviato in missione in zona di occupazione in Grecia. Giunto finalmente l’ordine di rimpatrio ci imbarcammo, non senza emozione sulla nave Galilea che ci avrebbe dovuto trasportare da Corinto a Bari. Riposi i miei effetti personali e lo zaino e passeggiavo nervosamente in coperta.
Avrei voluto che la traversata fosse già conclusa. Non ho mai avuto simpatia per il mare né per le navi. Avevamo inoltre avuto notizia di possibili azioni militari nemiche in quelle acque.
Vivevo quelle ore con palpabile ansia e preoccupazione. Finalmente si parte: sono le 14 del 28 marzo 42. Il convoglio era formato da sei navi trasporto truppa, una ausiliaria e 5 cacciatorpediniere. La marcia era, a mio giudizio, lenta. Cercavo di incoraggiarmi guardando i cacciatorpediniere che sorvegliavano il convoglio assumendo le nostre difese.
Il mare era mosso e il cielo pieno di nubi minacciose. Le prime ore di navigazione furono effettuate sotto costa. Verso le 22.45 sembrava che tutto filasse liscio e si aspettava l’inizio della traversata. Ad un certo punto si sentì un boato seguito da una fortissima scossa alla nave e da una esplosione.
Al momento non mi resi conto dell’avvenuto ma immediatamente un frastuono di voci concitate di persone che corrono ed escono dai piani inferiori mi fece comprendere che si trattava di un siluro lanciato da un sottomarino nemico che aveva colpito la fiancata destra.  Supposi che il danno sia forte infatti la nave quasi immediatamente si inclinò sul fianco sinistro.
Si intrecciano ordini concitati, inizialmente di invito alla calma ma poco dopo di indicazioni disperate di salvarsi con ogni modo. Vennero calate le scialuppe di salvataggio, salvagente, funi e quanto altro utile ai naufraghi. Alcuni uomini terrorizzati si lanciarono in mare abbandonando tutti gli effetti personali. Altri rimasero intrappolati nelle cabine.
Io mi trovavo in coperta ed ebbi la capacità di mantenere la calma e la fortuna di potermi calare per mezzo di una fune calata sul fianco della nave e di salire su in una zattera di salvataggio poco prima calata. Sulla zattera salimmo circa in 14 uomini quindi ci allontanammo dalla nave.
Ebbi paura. Temevo ulteriori azioni da parte del nemico. Mi sentivo abbandonato: il convoglio proseguì nella rotta. Fortunatamente un caccia si staccò dal convoglio e fece rotta verso il punto del disastro. Mi sentii parzialmente rincuorato: forse una via di uscita c’è ancora.
Molti miei compagni annegarono, altri rimasero bloccati nella nave Galilea, altri non so. Ad un certo punto riuscimmo ad accostare l’Antonio Mosto e riuscimmo ad imbarcarci. L’accoglienza fu di grande efficienza, ci vennero offerti abiti asciutti e fummo sistemati negli spazi disponibili.
Non vedevo l’ora di ripartire, di allontanarmi da quel luogo di morte, ma la necessità di recuperare quante più persone possibile indusse il comandante Delfino a perlustrare a lungo la zona. La Galilea si piegò sempre più sulla sinistra e quindi iniziò ad affondare la prua. Ebbi un tuffo al cuore pensando a quanti compagni stavano affondando con essa. Alla fine il comandante diede l’ordine di fare rotta verso il porto di Prevesa. Arrivammo verso le 17 del giorno 29, e ivi sbarcammo.
Ci sistemarono in un ricovero improvvisato di pronto soccorso. Alla conta eravamo in 280 sopravvissuti di cui 120 alpini. I morti o dispersi oltre mille. Mi risulta che alla partenza la nave contasse complessivi 1329 uomini di cui 700 alpini.
Oggi sono felice di scrivere queste righe anche per rendere onore al valore e al profondo senso di umanità presente in suo padre: capitano Delfino.
Seppi successivamente del suo deferimento al tribunale di Guerra e della intelligente decisione dei giudici di assolverlo e di insignirlo della medaglia al valore.
Negli anni successivi alla fine del conflitto noi alpini superstiti ci diamo appuntamento sul monte di Muris davanti al cippo dei caduti e lì preghiamo per i morti e ci diamo la forza per continuare a vivere in armonia e solidarietà.
Il mio auspicio è di poter vivere il prossimo incontro a Muris anche con la sua presenza. Sarebbe un grande onore per me e sicuramente anche per tutti noi superstiti.
Nella speranza di vederci le porgo cordiali saluti.

 

 
Due alpini superstiti del Galilea (Bruno Galet e Antonio Muzzo, in piedi da destra) a Trieste il 3 settembre 1942, insieme ad alcuni commilitoni.

 

1941. L’alpino Antonio Muzzo (al centro nella foto) a Spilimbergo insieme ad alcuni componenti del Gruppo ANA dell’epoca.

 

Bruno Galet e Antonio Muzzo, di nuovo insieme, a Muris di Ragogna in occasione di una commemorazione per i caduti e dispersi del Galilea.

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